Text by Vittoria Biasi

The photograph of Jill Rock standing by a tree whose branches are clothed in coloured drapes reminds me of a journey I made to Thailand for a show I curated there. A large tree had been decorated with coloured pieces of fabric; they hung down from its branches and billowed in the air as the breeze passed through them. The idea was that of the festival of the tree of Buddha, or of something that was present in the tree, and every possible corner of the street contained an offering of food: a rite that the ants also partook in.

The spirit of the place, the tutelary deities of the household, different cultural symbolisms mutate in their forms but they survive and today we may call them energies. Working on the sacredness of the fragment, Jill Rock has created her work of re-conjunction, of re-joining with an atmosphere, an environment and with a history that our contemporary society is seeking to salvage from socio-environmental change.

The artist has elaborated her methodology linguistically, announcing it in the project’s title: PSYCHOGEOGRAPHICAL WANDERINGS IN THE CAFFARELLA. The use of the substantivised concept of wanderings opens two avenues of thought: the first is that of the work as evidence of a deep dialogue between the essential diversities and analogies in the practice of observing and analysing a place. The second thought is tied to the process of identification or of osmosis between the wanderings undertaken by the artist and those of the fragment, which ‘spills the beans’ into the artist’s ear about sense and meaning, about what survives after everything.

Jill Rock conducts a work of research into objects of wood in which artistic practice is re-joined with the harmony of place. The dry boughs and branches gathered in the Park have been studied, cleaned, painted, until they have become elements of a language in which, within the walls of the Old Mill Barn, another history is related. These crafted objects enter into dialogue with the small display boards documenting the local flora and fauna, and with the traditional implements for cultivating the land, refreshing the cycle of rites in the same constructive pattern.

The spaces inside the Old Mill rediscover an expressive completion within the flow of time and the sustainability of transformation. Following her ornamental logic, the artist constructs a correspondence between the interior landscape and the natural one, bringing worldly values and the decorative idea into association. And it is in this conjugation that the secret of Land Art dwells: the subtext of its journey towards more contemporary expressive forms, as its practitioners consciously plough their lonely furrows in art history, in fields far distant from the clamorous cries of globalising and globalised expressiveness that drown out the voices of the Gods still hidden in the stones, in the trees, in the interstices of our lives. The geography of Jill Rock’s world lies in the geography of the soul, just as for John Cage, the musical stave is written for all to see, in the configuration of the stars.

Vittoria Biasi
Art historian, critic and curator of international exhibitions

Jill Rock_Caffarella - 2012 al Salice bianco morto
Jill Rock_Caffarella – 2012 al Salice bianco morto

Testo di Vittoria Biasi

La fotografia di Jill Rock accanto ad un albero con rami vestiti di drappi colorati mi rammenta un viaggio in Thailandia in occasione di una mostra da me curata. Un grande albero era stato decorato con tessuti colorati che scendevano dai rami e ondeggiavano nell’aria mossi dal leggero vento. Era l’idea della festa per l’albero di Budda o per qualcosa presente nell’albero e in qualunque angolo della strada in cui si volesse installare un omaggio di cibo, rispettato anche le formiche. Lo spirito del luogo, i Lari protettori della casa, le simbologie delle differenti culture mutano nelle forme, ma sopravvivono e oggi si possono chiamare energie. Jill Rock, lavorando sulla sacralità del frammento, ha creato la sua opera di ricongiunzione con un’atmosfera, un ambiente e una storia, che la contemporaneità sta cercando di preservare dalle trasformazioni socio-ambientali. L’artista ha lavorato linguisticamente sulla metodologia annunciata nel titolo del progetto PSYCHOGEOGRAPHICAL WANDERINGS IN THE CAFFARELLA. L’uso del concetto sostantivato di erranze (wanderings) introduce due riflessioni di cui la prima è l’opera come evidenza del dialogo profondo tre le diversità e le analogie essenziali nella pratica di osservazione e analisi del luogo. La seconda riflessione è legata al procedimento di identificazione o di osmosi tra l’erranza dell’artista e quella del frammento che è il delatore del senso, di ciò che sopravvive al tutto.

Jill Rock compie un lavoro di ricerca di materiali lignei che ricongiungono la pratica artistica all’armonia del luogo. I rami e i tronchi secchi, raccolti nel Parco, sono stati studiati, puliti, dipinti fino a divenire elementi linguistici di una storia altra scritta all’interno del Casale dell’ex Mulino. Gli oggetti d’arte entrano in dialogo con le piccole tavole di documentazione sulla flora e sulla fauna del luogo e con gli antichi strumenti per la coltivazione della terra ripristinando il ciclo degli esercizi rituali, secondo uno schema costruttivo.

Gli ambienti dell’ex-Mulino ritrovano una completezza espressiva sul fluire del tempo e sulla sostenibilità della trasformazione. L’artista costruisce una corrispondenza tra il paesaggio interiore e il paesaggio naturale, secondo una logica ornamentale, che associa il valore temporale e la nozione decorativa. In questa particolare congiunzione risiede il segreto della Land Art e del suo percorso fino ai linguaggi più contemporanei, che con consapevolezza tracciano un solitario percorso nella storia dell’arte distante dai clamori delle espressività globalizzanti e globalizzate che soffocano gli Dei nascosti nelle pietre, negli alberi, negli interstizi della vita.

La geografia del mondo per Jill Rock è nella geografia dell’anima, come per John Cage il pentagramma musicale è inscritto nel disegno delle costellazioni.

Vittoria Biasi
Storica dell’arte, critico e curatrice internazionale

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PHOTOGALLERY-JILL ROCK @ STUDIO.RA ROME – PSYCHOGEOGRAPHICAL WANDERINGS IN THE CAFFARELLA
http://www.studiora.eu/2013/05/07/photogallery-jill-rock-studio-ra-psychogeographical-wanderings-in-the-caffarella-rome/

Comunicato  – press release
JILL ROCK @ STUDIO.RA – PSYCHOGEOGRAPHICAL WANDERINGS IN THE CAFFARELLA – ROME
http://www.studiora.eu/2013/05/07/jill-rock-studio-ra-psychogeographical-wanderings-in-the-caffarella-rome/

Il Casale dell’ex Mulino Breve storia

L’area oggi denominata Casale dell’ex Mulino faceva parte del “Pago Triopio” di Erode Attico, influente personaggio dell’età degli Antonimi (metà II sec. d.C.). Il Pago Triopio era un vasto possedimento agricolo trasformato in una sorta di santuario e dedicato alla memoria della sua defunta moglie Annia Regilla.
Proprio qui passava un importante tracciato antico, da alcuni identificato con la via Asinaria.
La strada, che attraversava diagonalmente la valle, dalle Mura Aureliane, dopo aver toccato la via Latina, passava nei pressi del sepolcro di Annia Regilla, incrociava l’Appia antica costeggiando il Mausoleo di Romolo, per congiungersi poi con la via Ardeatina.

In età medievale qui era localizzata una delle cinque torri, poste a guardia dei valichi del fiume Almone.
La torre era attigua al Sepolcro di Annia Regilla; alla metà del ‘500 l’impianto artigianale, che nel corso dei secoli subì varie trasformazioni, era una valca, ossia un edificio preposto al lavaggio e al pestaggio dei panni.
Già nella carta di Eufrosino della Volpaia del 1547 la struttura compare costituita da una torre affiancata da un corpo più basso.

Successivamente la valca venne trasformata in mulino per i cereali: nel XIX secolo, alimentato da un piccolo acquedotto, era inglobato in un casale di proprietà della famiglia Torlonia e conosciuto come “Mola della Caffarella”, rimasta in funzione fino al 1930.

Oggi il Casale dell’ex Mulino, è di proprietà della Fondazione Gerini, dal 2001 è stato preso in affitto dall’Ente Parco che ne ha fatto un Centro per Educazione ambientale ed attività ricreative. Il Sepolcro appartiene al patrimonio di Roma Capitale.